Morire di Doping: dott Pier Luigi De Pascalis

11.09.2013 19:04

Morire di doping

Il doping uccide, ma nel mondo dello sport l'imperativo è negare, negare sempre. Anche di fronte all'evidenza più eclatante saranno in molti a sostenere che non c'è prova che la morte sia dovuta al doping. Perché morire di doping è un'infamia?

Morire di doping

Morire di doping è un'infamia, ed è considerato infamante sopratutto da chi utilizza sostanze dopanti. In alcuni ambienti, solo citare il doping a voce alta è sufficiente a far scaldare gli animi, qualcuno per esempio ricorderà la reazione violentissima di Mario Cipollini quando l'inviato della trasmissione "Le Iene", chiese di giurare che non ne avrebbe fatto uso1. Caso vuole poi che il CONI abbia aperto un fascicolo proprio su di lui, Cipollini, e proprio in relazione al doping, ma certamente Mario è innocente, malgrado il Senato Francese abbia affermato il contrario2.

A ben guardare, il doping è un fenomeno diffuso in modo capillare, non risparmia nessuna categoria di sportivo, dai ciclisti ai pugili, dai tennisti ai maratoneti, dai nuotatori finanche a chi compete nel tiro con l'arco, passando per i calciatori, i pallavolisti, e su su sino ai bodybuilder.

Il doping non esclude nessuno, se ci volessimo attenere solo al suo significato, ossia l'impiego di sostanze per il miglioramento delle prestazioni, potremmo individuare businessman dopati, camionisti dopati, medici dopati, impiegati dopati, professori dopati. Restando al doping sportivo, è interessante notare che ci sono sostanze dopanti per tutti i gusti, prodotti per migliorare la concentrazione, sostanze per ridurre la fatica, per accelerare il recupero, per ingrossare la massa muscolare, per essere più resistenti o più veloci e, come nel caso degli arcieri, per rallentare il battito cardiaco e migliorare la precisione nel tiro. Non c'è prestazione atletica che non possa essere migliorata. C'è solo un piccolo ma non trascurabile dettaglio: di doping si muore, e quanto più in alto si vuole salire attraverso l'uso di sostanze dopanti, tante più probabilità ci sono di ammalarsi gravemente e morire.

Morire di doping, dicevamo, è considerato quasi un'infamia, di conseguenza affermare che qualcuno è morto a causa delle sue scelte, dell'incapacità di resistere alla tentazione delle sostanze dopanti, è visto come una provocazione. Malgrado tutti sappiano di cosa è morto e conoscano le ragioni che hanno determinato questo evento, molti si ostineranno a negare, contrapponendo a un dato di fatto una serie di obiezioni che servono solo a sviare dall'argomento, ma riuscendo esclusivamente a ridicolizzare un evento drammatico.

Parola d'ordine: negare

Se la vittima è morta di cancro qualcuno dirà che non si può sapere se sia stata colpa delle sostanze dopanti (che il cancro lo provocano) perchè anche tante altre persone si ammalano di cancro, e non sono mica tutti dopati! Se ha avuto un infarto (e il doping può provocarlo) si dirà che l'infarto colpisce tante persone, non lo si può ritenere con certezza causato dal doping. Tutto questo accanirsi a trovare un'altra risposta, un'altra ragione, questo affanno a fare la difesa d'ufficio (a cosa, alla morte?) a seconda di chi lo esprime può essere compreso e talvolta spigato con la pietas umana. Che questi discorsi li facciano parenti e amici è legittimo anzi, è umano.

Tuttavia, sebbene il cancro al polmone possa venire per mille motivi, per un fumatore cronico che dovesse ammalarsi, nessuno riterrebbe opportuno dire che la causa è stata accidentale o non accertabile, tutti individuerebbero nel fumo le vere ragioni. Anche parenti e amici maledirebbero le sigarette e il vizio del fumo, mettendo in guardia chi, fra i loro conoscenti, ha lo stesso vizio. Anche i parenti e gli amici di chi muore per doping, magari quando la fase acuta del dolore si è smorzata, dovrebbero maledire il doping, e non chi fa notare la causa del decesso. Ma non accade quasi mai.

Morire d'infarto a causa del sovrappeso non fa affermare a nessuno che le ragioni possono essere tante, che l'infarto può colpire chiunque. Certamente può farlo, ma l'eccessivo sovrappeso può essere una causa scatenante, ed in un soggetto obeso si riterrà plausibile individuare la causa proprio nel sovrappeso medesimo. Morire per il vizio o la dipendenza dal fumo, per il vizio o la dipendenza dal cibo, appare legittimo (anche presso i fumatori e gli obesi), morire per il vizio o la dipendenza da anabolizzanti invece no. Non tanto dall'opinione pubblica, che siano fumatori incalliti, alcolizzati cronici, obesi irriducibili o dopati emetterà il medesimo verdetto: "se l'è cercata", ma da parte di chi dal doping è attratto o ne è a sua volta utilizzatore. Il dopato non accetta che si dica che qualcuno è morto per doping, lo ritiene infamante.

Questa osservazione inizia già a far emergere le prime contraddizioni. Il popolo dei fumatori, gli amici fumatori del defunto, non cercherebbero di trovare una spiegazione diversa nel maldestro tentativo di rendere la morte più nobile, molto probabilmente si fumerebbero una sigaretta in memoria dello scomparso, pensando seriamente che farebbero meglio ad abbandonare quella pessima abitudine.

Presso il popolo dei dopati, o tra gli amici dopati del defunto invece, scatta un meccanismo differente. La difesa ad oltranza dello stile di vita del loro amico, la ricerca di una causa per la sua morte che non sia quella palese ed evidente a chiunque: il doping. No! Non si può dire! Ai loro occhi morire di doping rappresenta un'infamia, e loro per primi non hanno il coraggio di ammettere il "vizio". Pretendono anche che il referto del medico reciti "morto di cancro causato dal doping" oppure "morto di infarto causato dal doping". Cosa che non sarà mai scritta, così come nessun medico scriverebbe mai "morto di cirrosi epatica da prosecco", ma questo non significa che bevendo litri di prosecco non si possa poi morire di cirrosi epatica. Nessun medico scriverà "infarto per eccesso di calorie", ma questo non significa che essere obesi non possa portare a infarto. Infarto casuale? No, causato dall'obesità (anche se non è scritto)!

In questa difesa d'ufficio si nasconde altro però. Non è solo desiderio di proteggere l'onore dello scomparso, c'è anche il desiderio di dire a sè stessi che in fondo non è sicuro che sia morto a causa del doping, e se non è sicuro che sia quella la causa, allora possono continuare a doparsi. È un modo per tenere a bada la paura, di convincersi che a loro non capiterà mai di fare la stessa fine. Nessuno ammette mai di doparsi, pochissimi lo fanno dopo essere stati scoperti, anche di fronte all'evidenza la parola d'ordine è: negare.

Non solo campioni

Il fenomeno del doping non coinvolge soltanto gli atleti di alto livello, tutt'altro. È diffuso in modo incredibile presso un numero sterminato di appassionati, che non ambiscono a diventare dei campioni, delle celebrità nel mondo dello sport, avere titoli e copertine di riviste a loro dedicate, ma si accontentano di essere i più veloci nel loro gruppo di ciclisti della domenica, quelli con più presenze in campo, pur giocando in prima divisione, o i più grossi e muscolosi della palestra in cui si allenano. Spesso sono proprio i semplici appassionati a correre i rischi più grandi, perchè si affidano al fai-da-te, ai consigli di altri amici dopati, ai suggerimenti letti qua e la su Facebook o su qualche sito internet, spingendosi ad usare in modo assai più rischioso le sostanze dopanti, senza avere neppure un garanzia circa la loro provenienza e modalità di conservazione.

Bodybuilding: bestia nera del doping?

Il bodybuilding rappresenta la bestia nera del doping, non perchè sia la disciplina dove se ne usa di più, ma perchè nell'opinione pubblica è lo sport che più facilmente viene associato a questa pratica. Ma allora per quale motivo se il doping è un fenomeno tanto diffuso e riguarda pressochè ogni disciplina sportiva, il suo impiego è comunemente associato al bodybuilding? La ragione è presto detta, per quanto un maratoneta possa essere veloce, un arciere preciso, un ciclista resistente, fare un raffronto diretto della sua prestazione rispetto a quella di un sedentario, di se stessi, o di uno sportivo medio è assai complesso per chi non ha competenze specifiche o non è appassionato. Quando invece si guarda un bodybuilder, magari un professionista, la sua mole fisica non può passare inosservata, nè può lasciare dubbi su come sia stata costruita. Non si trovano simili volumi muscolari in nessuna altra categoria di sportivi. La differenza salta subito agli occhi, del resto così come una mela in natura non arriverebbe mai ad avere le dimensioni di un'anguria, anche un essere umano, per quanto si dedichi con assiduità all'allenamento e all'alimentazione, non potrebbe mai raggiungere le dimensioni di un bodybuilder professionista senza l'uso di anabolizzanti. Chi afferma il contrario o è in malafede o non ha ben chiaro il ruolo funzionale dei muscoli. Generalmente è in malafede.

Inoltre in ogni competizione sportiva a livello professionistico viene applicata la normativa e i controlli antidoping, che comportano la squalifica e la revoca dei titoli anche a distanza di anni. Nel bodybuilding questo tipo di controlli praticamente non esiste, poichè è palese che senza una massiccia dose di farmaci (non solo anabolizzanti in senso stretto, ma anche diuretici, ecc.) non si potrebbe neppure pensare di affrontare una gara. È vero che esistono le gare per atleti "natural" ossia di bodybuilder che affermano di non fare uso di anabolizzanti. Ma l'esistenza stessa di gare "natural" implica che in tutte le altre competizioni i partecipanti siano dopati. È l'unica disciplina che in maniera esplicita ammette l'abuso di anabolizzanti, come ci si può scandalizzare se l'opinione pubblica ritiene il bodybuilding al primo posto tra le discipline responsabili di questo fenomeno?

Immaginiamo un Giro d'Italia o un campionato di calcio "natural", ed un Giro d'Italia e un campionato di calcio per dopati. Sarebbe inaccettabile anche solo proporlo. Nel bodybuilding c'è, e nessuno si scandalizza.

Ad accentuare questo fenomeno, questa sorta di inevitabile equazione tra il bodybuilding e il doping non si risparmiano poi coloro che il bodybuilding lo praticano a livello amatoriale, ma le sostanze dopanti le usano ugualmente. Poggiano l'intero loro modus vivendi nella continua ricerca di visibilità ed esposizione del proprio corpo, non fanno mistero del disprezzo che provano verso chi è fuori forma, in una parola conducono una vita improntata sulla continua ricerca di come differenziarsi rispetto agli altri ma poi si meravigliano se "gli altri" alla fine si accorgono di questa diversità e a loro volta li classificano invece di venerarli come forse si aspetterebbero.

Che piaccia o no, che sia meglio o no, un ciclista dopato, un maratoneta dopato, un calciatore dopato, non sarà riconoscibile durante una passeggiata lungo il corso cittadino o in spiaggia, nè probabilmente cercherà di essere notato, e quand'anche ci riesca è improbabile che la persona comune possa sospettare l'uso di sostanze dopanti. Un calciatore dopato non è più nobile o meno colpevole di un bodybuilder dopato, ma certamente è meno "visibile", e questo ha evitato che nel corso degli anni si creasse lo stereotipo che invece grava sul bodybuilding.

Non si può assolvere nessuno sportivo che scelga di doparsi, e certamente è sbagliato ritenere il doping un problema esclusivo del bodybuilding. La vera colpa di quest'ultima disciplina è il goffo tentativo di negare l'evidenza (quando c'è), la continua ostentazione e il desiderio di non passare inosservati, ma contemporaneamente la pretesa di non dover essere criticati.

Le ragioni di una difesa così accorata

Quando purtroppo a causa del doping si muore, sia vittima degli anabolizzanti un calciatore, un ciclista, un maratoneta o un bodybuilder, si scatena l'ira e l'indignazione dei "colleghi", soprattutto dei colleghi dopati, o ex dopati, o che fanno affari col doping sulla pelle degli altri e fomentano gli ingenui per farli salire sul loro carro. Obiettivo di tutto questo è negare l'evidenza. L'un l'altro si fanno forza per scagliare tutto il loro astio e violenza nei confronti di chi afferma semplicemente quello che è sotto gli occhi di tutti. È un caso di morte per doping. Che non significa essersela meritata o essersela cercata, semmai essersela scelta in modo più o meno consapevole. Parte del rancore nei confronti di chi non usa mezzi termini non è dovuto al desiderio di difendere chi è morto, ma la speranza che gli altri facciano altrettanto nel caso un giorno tocchi a sè stessi. Difendere il proprio collega morto per doping significa immedesimarsi, difendersi in via anticipata. Il problema del doping infatti è relativamente semplice, quando si comincia a farne uso si ritiene di non correre rischi perchè si è solo agli inizi, e si usano piccole quantità. Al crescere del dosaggio cresce la propria performance e si comincia a pensare di essere divenuti invincibili, non solo atleticamente, ma perfino rispetto alla morte, finendo col calcare sempre di più la mano, sino al verificarsi di quello che è inevitabile.

Obiezioni insostenibili

La difesa d'ufficio del defunto si basa più o meno sempre sulle stesse obiezioni, volte a ridimensionare la gravità del doping.

Chi parla di doping non capisce nulla di questa disciplina, questa disciplina non è uno sport è uno stile di vita. [clicca per leggere perchè è falso]

Meglio doparsi che ubriacarsi il sabato sera. [clicca per leggere perchè è falso]

Anche un motociclista che corre in moto può morire in un incidente, fa parte del suo sport, se accade ad un atleta che si dopa non c'è differenza. [clicca per leggere perchè è falso]

Il fatto che si dopasse non significa nulla, senza allenamento, passione e dedizione non avrebbe raggiunto quei risultati, una persona comune che si dopa non diventerà comunque un campione, il doping è solo uno degli elementi. [clicca per leggere perchè è falso]

È morto da campione, è morto facendo quello che voleva. [clicca per leggere perchè è falso]

Morire di doping forse è un'infamia, ma è un'infamia solo perchè si sa d'aver sbagliato e non si vuole avere il peso del giudizio degli altri, ci si sente colpevoli dentro, e non potendo rimuovere la voce della coscienza, si aggredisce l'interlocutore, se si ha un nemico contro cui scagliarsi allora per un po' si può smettere di pensare.

Ma la verità è un'altra, non c'è un modo infame e uno nobile di morire, semmai c'è un modo infame e uno nobile di vivere. La vera infamia non è neppure nella scelta di doparsi, infame è chi illude quelli più deboli facendo credere che sia lecito usare una scorciatoia, è infame lasciar passare il massaggio che doparsi non è poi così grave, è infame negare gli eventi se la negazione porta altra morte. Infame non è chi è morto di doping, ma chi col suo atteggiamento ipocrita e buonista porta sulla coscienza tutti gli altri che seguiranno quella strada e quel destino.

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